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14 dicembre 2011

Un problema enorme: la desertificazione



La desertificazione è un altro fenomeno che provoca catastrofi naturali di grande rilevanza. Nel nord-ovest della Cina, la regione di Minqin, che un tempo era fertile, ricca d’acqua e di pascoli, è oggi fortemente colpita dal processo di desertificazione (il 94% del territorio rurale si sta desertificando). In questa regione la sabbia sta avanzando di 10 metri l’anno e riescono a sopravvivere solo 300.000 abitanti. A livello globale, i deserti si stanno espandendo sempre più e con più rapidità, infatti il 40% delle terre emerse è vittima della desertificazione (con conseguente perdita di biodiversità). Il professor Uwe Holtz dell’Università di Bonn, che ha scritto un saggio sulla desertificazione, ha affermato: “La capacità del nostro pianeta di sostenerci si sta consumando”.

La forza devastante della natura. Uragani e tornado




A livello globale, dagli anni Settanta in poi le catastrofi naturali hanno iniziato a fare più vittime rispetto al passato. Nella maggior parte dei casi si è trattato di inondazioni e siccità. Da questo decennio in poi il clima ha cominciato letteralmente ad impazzire, piogge torrenziali, uragani e tornado devastanti sono diventati consueti, diventando ancora più intensi e frequenti dagli anni Novanta ad oggi. Inondazioni senza precedenti sono avvenute in Pakistan nel 2010 e nel 2011: nel giro di poche settimane vi sono state più precipitazioni di quelle solitamente previste per l’intera stagione delle piogge monsoniche, provocando migliaia di sfollati, migliaia di villaggi sommersi, migliaia di vittime e milioni di ettari di terreno inondati. In un Paese come il Pakistan, in cui le piogge monsoniche sono essenziali per la produzione agricola, e quindi per la sopravvivenza dei pakistani, i cambiamenti climatici provocano disastri ancora maggiori e hanno un impatto ancor più devastante: non vi sono più raccolti a sufficienza, i prezzi sono alle stelle e le persone muoiono di fame. I Paesi poveri sono sicuramente più vulnerabili alle catastrofi naturali e bisognerebbe aiutarli e proteggerli. 


Gli uragani (chiamati cicloni nell’Oceano Indiano settentrionale e nel Golfo del Bengala e tifoni nell’Oceano Pacifico occidentale) e i tornado non solo hanno aumentato la loro intensità e la loro portata nelle località in cui erano già soliti verificarsi, ma si sono manifestati anche in zone che in precedenza non erano mai state colpite, come nel caso della Nuova Scozia, in Canada, nel settembre 2003, con l’uragano Juan, che provocò seri danni. Questo avviene a causa del surriscaldamento globale, il quale provoca uragani anomali. Più si surriscaldano le acque dell’oceano e più sono intensi gli uragani. Un uragano si verifica quando la temperatura dell’oceano raggiunge i 26 °C, dunque è un evento climatico che teoricamente avviene solo in zone come l’Oceano Pacifico e il Mar dei Caraibi. In realtà, però, con l’aumento delle temperature oceaniche, gli uragani oggi avvengono anche in altre zone del pianeta, per esempio per la prima volta nella storia si è verificato un uragano in Brasile, nel 2004. 



Anche New York, nell’agosto 2011, si è vista minacciata dall’arrivo di un uragano nominato Irene che poi ha risparmiato fortunatamente la città. Questo uragano, con i suoi 800 km di diametro e con una velocità di 185 km/h, poteva davvero provocare una catastrofe di dimensioni epocali per New York, essendo quest’ultima una città non preparata a ricevere questo tipo di minacce, e inoltre dotata di una posizione sul mare (e dunque pericolosa) e di una skyline che avrebbe ingigantito gli effetti disastrosi di un eventuale uragano. Irene ha però interessato altre aree, come le Bahamas, Porto Rico, Florida e Carolina del Nord, lasciando migliaia di persone senza elettricità e senza dimora. Nell’estate del 2005 l’uragano Katrina devastò New Orleans, in Lousiana, provocando 1577 vittime, distruggendo centinaia di case e inondando l’80% della città. 


Nelle ultime stagioni l’Atlantico sembra essere diventato iperattivo, dando vita a un numero maggiore di tempeste (che diventano uragani quando i venti raggiungono i 120 km/h), alcune delle quali con un’intensità incredibile. Dal momento che gli anni ’90 sono stati in assoluto gli anni più caldi, bisogna dire che questa iperattività dell’Atlantico è correlata all’aumento delle temperature. Il clima e i suoi fenomeni sono letteralmente impazziti, non presentano piú un andamento regolare e non seguono più le medie che si verificavano fino a qualche decennio fa. Infatti, nel 1995, mentre nell’Atlantico c’è stato un picco da record nell’attività dei cicloni tropicali, nel Pacifico nordorientale c’è stato un minimo storico. Nel Pacifico nordoccidentale, invece, vi è stato prima un calo e poi un aumento (della durata di un decennio) dell’attività dei cicloni tropicali. Nel frattempo, nelle zone equatoriali si sta verificando un prolungamento della stagione delle tempeste. Il 2011 è stato un anno record per allagamenti, tornado e siccità. Negli Stati Uniti i tornado non sono mai stati tanto letali come nel 2011, molto più distruttivi del solito e con un numero maggiore di vittime. L’intensità e la potenza distruttiva dei tornado sta aumentando sempre più. Essi si verificano in tutto il mondo, ma ancor più nelle zone più soggette, come gli Stati Uniti, in particolare in Kansas, Texas settentrionale, Nebraska e Oklahoma.

5 novembre 2011

Disastri ambientali





Negli ultimi decenni, dagli anni ’70 in poi, l’umanità ha assistito a un’escalation di disastri ambientali e naturali, da allora fino ad oggi ha preso forma una crisi ambientale e climatica di enormi proporzioni che ora siamo ormai costretti ad arginare per salvare il nostro pianeta, proteggere le specie animali e vegetali dall’estinzione e salvaguardare la nostra stessa sopravvivenza.


Un disastro ambientale è un fenomeno che ha un considerevole impatto sull’ambiente naturale e non, il quale viene definito catastrofico per la numerosità degli organismi viventi colpiti, per la gravità degli effetti che si verificano su questi organismi e per la vastità del territorio colpito. Esso può essere causato o incentivato dalle attività umane e da azioni dirette dell’uomo. 


Un chiaro esempio di disastro ambientale è quello avvenuto nell’aprile 2010 nel Golfo del Messico: un versamento di milioni e milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico provocato da un incidente avvenuto sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Considerato il più grave disastro ambientale nella storia dell’America, definito “Marea nera”, oltre ad aver causato significativi danni economici, così come danni all’industria della pesca e del turismo, ha anche provocato gravi perdite di flora e fauna, le cui vittime più significative sono state il plancton (il quale è alla base della catena alimentare), pesci, tartarughe marine, squali, delfini e molte specie di uccelli migratori. Questo disastro ha provocato anche danni a breve e a lungo termine per l’essere umano, come l’aumento di malattie respiratorie e patologie della pelle e l’aumento dell’incidenza di tumori. Le ultime osservazioni su questo problema danno per fortuna buoni risultati; sembra che solo una piccola parte di petrolio greggio abbia raggiunto le spiagge e che i batteri abbiano divorato gran parte del resto; è, però, ancora in dubbio l’impatto subito dai fondali marini. Purtroppo, dopo non molto tempo, nell’ottobre 2011, si è verificato un evento molto simile, definita la peggior catastrofe marittima nella storia della Nuova Zelanda: una petroliera incagliata nella barriera corallina, a circa 22 km dalla costa, in Nuova Zelanda, ha provocato una fuoriuscita di centinaia e centinaia di tonnellate di petrolio, causando una strage di abitanti del mondo marino. Disastri ambientali molto simili, ma di minore portata, sono avvenuti purtroppo anche in Italia. Nel febbraio 2010 ci fu un’immissione dolosa di un’ingente quantità di petrolio (seicento metri cubi di idrocarburi) nel fiume Lambro, in Emilia Romagna, il quale subiva già da tempo allarmanti forme di inquinamento. Da questo fiume il petrolio versato si diffuse anche nel Po e successivamente nel Mar Adriatico, anche se in lievi quantità. Certo è che questa “marea nera” portò a una moria di specie animali e vegetali e l’acqua di questo fiume rimane ancora oggi in parte inquinata. Un simile disastro ambientale è avvenuto più recentemente, nel gennaio 2011, nella bellissima Sardegna, a causa della fuoruscita di molti metri cubi di olio combustibile dagli impianti portuali della centrale termoelettrica E.On di Porto Torres, che ha inquinato decine di kilometri di coste e di mare nel Golfo dell’Asinara. Le conseguenze di ciò sono state residui di catrame, grumi di olio e macchie nere sulle spiagge sarde; grandi quantità di olio combustibile si sono depositate sui fondali e altre quantità galleggiano sull’acqua impedendo il volo degli uccelli. Considerando le bellezze naturali della Sardegna e il fatto che la vicenda sia accaduta nelle vicinanze del Parco nazionale dell’Asinara, uno dei paradisi naturali del nostro Paese, direi che non si può sottovalutare l’impatto ambientale di questo disastro, né tanto meno si può minimizzare. Avvenimenti del genere sono inammissibili.